lunedì 27 ottobre 2014

Paris Day #1 - Bienvenue à Paris


October 18th

 If I have to choose the moment when this trip to Paris started I would definitely choose when, at home, one hour before the take off, I realized that my 20 kilos luggage had its handle broken. In other words in addition to the tiny trolley I had a sort of wheeled-trunk to carry.
Anyway it was too late to change luggage so I just got over it.
Also, when you are just in a hurry to take a plane they decide to put a yard on the highway and you just sit stuck in your car cursing everything.

 In the terminal, after all those southern Italy styled compliments, me and my friend Michela eventually managed to get to the boarding: the luggage was 3 kilos heavier than it should had been but we succeeded (I don't know how) in avoiding the Easyjet fine.
On the plane me and Michela had distant seats. I love to see cities from above, sometimes I even guess where I am but next to me there were two Japanese guys who closed the window curtain. Don't fucking sit next to a window then.

 Finally we landed to Charles De Gaulle. In Paris the weather was nice, warm like in Bari. We took our luggage and went to the RER station, the train which would took us to Paris. I was terrified not to find the station but it was so full of signs that you culdn't get lost even if you wanted to. Michela took the trolleys while I took the trunk. You could see her jamming sometimes but she followed me anyway. We got down some very long stairs with me carrying a 23 kilos "trunk" and cursing French people since they had their sliding scale stuck.
I soon found two trains and it was already panic: which one had to be taken? I checked the screens and after some hesitation I got on the right one.

 While going to Paris we looked throughout the windows of the train to the suburbs of Paris, full of estates and I tought of those people who settled on those forest surrounding what once was called Lutetia Parisorum, then Paris. On the train an English guy was reading a poetry book to his parents, something you don't really see in my place.

 Chatelet Les Halles. A friend of my grandpa told me to change there my train. I shouldn't have done that. It took twenty minutes just to get out from the biggest station in Europe, as I was told later. As a station it was too big too me so I decided to find the exit near the Rue Beaubourg (as Parisians call the Centre Pompidou) and look for the Rue Chapon with my paper map. Internet on my iPhone was not working and Michela's mobile turned off. My mom besides was always calling me asking what we were doing and where we were - something I actually didn't know.

 I asked people how to get to the Rue Beaubourg and there's people sending me to the left and people sending me to the right. Saturday evenings in Paris are messy and I couldn't find where we were. A French saw us with baggage and maps and stopped: thank God he could speak English so I explained that we were looking for the Rue Chapon - which is too small to be known so he couldn't really help us. He discovered that we were Italian so he started speaking Italian and told us that his parents were from Italy. I thanked him and continued my search for the Rue Chapon.

 Soon after my phone rang: it was our host Frank. I told him where we were and he replied to stay there: he would have come to rescue us. I eventually saw him and called him. Finally we met and started talking. His English is fine, not perfect especially for his French accent but we managed to tell each other everything. For what concerns me, English is my cup of tea.
Suddenly Frank turned back and indicated us the Notre Dame, right back us. "So it is real!", I yelled and he laughed.

 Our studio was a hole, but we needed it only to sleep. Just consider what is a common room and then put a toilet, a kitchen and a sofa inside, with a loft bed above. That was the place where we were planning to stay for the next seven days. Frank told us how his studio worked and left. I had planned to go to the market on that evening but we were too tired to do anything, so the only thing that we did was actually going to bed. Who cared if we only had a bottle of water for two and didn't absolutely know where the market was.

Paris wasn't at all how I had figured it out.

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18 Ottobre

 Se dovessi scegliere il momento in cui questo viaggio a Parigi è iniziato direi quando, a casa, un'ora prima di prendere l'aereo, mi sono accorta che il valigione da 20kg da imbarcare aveva il manico rotto. Nel senso che, oltre al classico trolley piccolino, più che una valigia da stiva stavo portando con me un baule dotato di ruote.
Tuttavia era troppo tardi per trovare una valigia sostitutiva, quindi mi faccio il segno della croce e scendo: a Parigi mi sarei adattata.
Quando poi hai fretta di prendere un aereo sistematicamente sulla tangenziale di Bari fanno i lavori, e trovi un rallentamento che ti fa stare dieci minuti ferma in macchina, bestemmiando le migliori bestemmie.

 In aeroporto, dopo i soliti convenevoli in stile Terronia con le famiglie, finalmente io e la mia compagna di viaggio, Michela, ci dirigiamo all'imbarco bagagli: la valigia, però, superava di tre chili il peso massimo consentito, ma non so come riusciamo ad aggirare Easyjet ed evitiamo la multa.
In aereo il check in automatico ha generato due posti diversi per me e Michela, che quindi ci sediamo lontane. A me piace guardare le città dall'alto, perché magari riesco pure a capire dove sono, ma ovviamente capito vicino a due giapponesi che decidono di chiudere per tutta la durata del volo la tenda del finestrino. Maledetti giapponesi, non si siedano vicino al finestrino allora.

 Finalmente atterriamo all'aeroporto Charles De Gaulle. A Parigi il tempo è bello, fa caldo come a Bari. Prendiamo le nostre valigie e ci dirigiamo verso la RER, il treno che ci avrebbe portate in città. Avevo il terrore di non riuscire a capire dove dovessi andare, ma è pieno di indicazioni e non mi posso sbagliare. Michela prende i due trolley piccoli e io il "baule". Ogni tanto si imputtana con le valigie ma mi segue. Scendiamo delle scale lunghissime che conducono ai treni: io ho un baule di 23kg in braccio e maledico i francesi che hanno le scale mobili ferme.
Trovo subito due treni fermi: panico. Quale dei due avrei dovuto prendere? Guardo gli schermi e dopo un po' di esitazione salgo su quello giusto.

 Siamo dirette a Parigi e dai finestrini guardiamo la periferia della città, piena di casette di contadini. Immagino il tempo in cui questi villaggi sono sorti, nei boschi che circondavano quella che allora si faceva chiamare Lutetia Parisorum, poi abbreviata in Parisi e Parigi. Sul treno un ragazzo inglese legge ai genitori un libro di poesie, scene che da noi non si vedono.

 Stazione di Chatelet Les Halles. L'amico di mio nonno che è fissato con Parigi mi ha detto di scendere qui ed eventualmente cambiare con il treno che passa da sotto casa nostra. Non l'avessi mai fatto: venti minuti solo per uscire da quella maledettissima stazione, la più grande d'Europa, come poi mi verrà detto. In un posto del genere cambiare treno era impossibile, perciò seguo le indicazioni per uscire dal lato del Beaubourg (il mondo in cui i parigini indicano il Centro Pompidou) e decido di consultare la cartina per arrivare alla Rue Chapon. In tutto ciò internet sul mio iPhone non si attiva e il cellulare di Michela si spegne. Mia madre poi chiama in continuazione per sapere "cosa facciamo e dove stiamo", cosa che io, in tutta onestà, non so.

 Chiedo ad un po' di francesi le indicazioni per la Rue Beaubourg e c'è chi mi manda a destra e chi a sinistra. Nel casino del sabato sera parigino non capisco niente e siamo in ritardo già di un'ora all'appuntamento con Frank. Si ferma un francese che ci vede con valigie e mappe e ci chiede dove vogliamo andare. Fortuna che sapeva l'inglese: gli spiego che la Rue Chapon è una traversa della Rue Beaubourg, in cui ci troviamo. Tuttavia è una strada troppo piccola per essere conosciuta e non sa essere d'aiuto. Scopre però che siamo italiane e inizia a dire un po' di fatti in italiano, spiegandoci che i genitori erano italiani e che lui non ha modo di parlare italiano da quando è in Francia. Noi lo ringraziamo e ce ne andiamo in cerca della Rue Chapon.

 Poco dopo squilla il mio cellulare: è Frank, il proprietario di casa. Gli spiego dove siamo e ci dice di rimanere lì, perchè sarebbe venuto a prenderci. Dopo un po' lo vedo in bici e lo chiamo. Finalmente ci vediamo e iniziamo a parlare. Ha un buon inglese, non perfetto soprattutto perché si sente l'accento francese, ma riusciamo a dirci tutto. Io poi sono nel mio, l'inglese è da sempre stata la cosa in cui riesco più facilmente. A un certo punto Frank si gira e ci dice che quello alle nostre spalle è il Notre Dame. "So it is real!", gli dico io e lui ride.

 La casa è un vero buco, ma ci serve solo per dormire. Praticamente considerate quella che da noi è la grandezza di una stanza tipo e ficcateci dentro un bagno, una cucina e un divano, con un letto a soppalco. Questo è il posto in cui saremmo state per sette giorni. Frank ci spiega come funziona la casa e dopo un po' se ne va. Io avevo programmato di andare al supermercato in serata, ma sono già le dieci e dopo un viaggio del genere riusciamo solo a buttarci sul letto sfinite. Poco importa che abbiamo solo una bottiglia d'acqua in due e non sappiamo dove sia il supermercato.

Parigi non è per niente come me la ero immaginata.

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