martedì 26 settembre 2017

Il mio problema con il sistema scolastico italiano

Ciao. :)

Qualche settimana fa ho finalmente consegnato la tesi di laurea specialistica in International Security sul gender empowerment in Palestina.
E' stato un momento catartico/liberatorio, che ha segnato la fine di un anno accademico complesso e impegnativo, perché ho dovuto adattarmi in pochissimo tempo ad un sistema universitario, quello inglese, completamente diverso da quello italiano. Spero finalmente, ora che ho un po' più di tempo, di godermi Londra e andarmene un po' in giro.

Mia madre è stata molto contenta - e appena le ho detto che avevo consegnato la tesi mi ha mandato una foto di quando mi iscrissi alla triennale di Lettere e Filosofia, cinque anni fa: glielo aveva ricordato Facebook. Mi ha detto: "Cinque anni fa ti iscrivevi qui e ora hai finalmente finito di studiare!" 
Non sa che sto pensando di fare il dottorato.

Riflettendo sul mio percorso, ed avendo sperimentato sia il sistema italiano che quello inglese, ho pensato di condividere quella che io ritengo una grande lacuna del nostro sistema scolastico (e universitario). In breve, quello italiano è un sistema statico, torpido e chiuso.

Per spiegare quello che voglio dire vi faccio una domanda: quanti di voi, almeno una volta nella vita, hanno avuto dubbi sull'indirizzo scolastico scelto?
Io per esempio ho interessi artistici-letterari, ma spezzando matite e piangendo un giorno sì e l'altro pure ho fatto cinque anni di liceo scientifico.
Mi ricordo ancora quando la professoressa di Biologia ci fece imparare la reazione chimica dell'ossigeno quando arriva nei polmoni, un codice fiscale che ovviamente la mia mente rimosse il giorno dopo. E come dimenticare la faccia sorpresa della mia compagna di classe, ora ingegnere, che si chiese come mai non ne comprendessi l'importanza.

Poco importava che io la sera andassi a studiarmi da sola il tedesco, o che collezionassi libri di latino da cui andare ad approfondire la letteratura. Per un po' pensai pure di prendere lezioni di chitarra, ma tanto che dovevo studiare chitarra piuttosto era meglio se ripetevo la lezione di filosofia del giorno dopo. Chiaramente non ero da scientifico, eppure io stessa mi ero intrappolata in una scuola dove le materie che più contavano erano quelle che detestavo.

Il punto è che facciamo fare a un bambino di terza media una scelta che lo condizionerà per il resto della sua vita e, una volta tratto il dado, non c'è modo di tornare indietro. Spiegatemi cosa ne sa un bambino di tredici anni della differenza tra studi classici e scientifici, linguistici e artistici. Magari può avere inclinazioni o simpatie per una certa materia, ma non è detto che in futuro queste non possano cambiare, o che sappia decidere quale indirizzo frequentare in merito alle più giuste considerazioni.

E qui fallisce la scuola italiana: non accondiscende agli interessi e inclinazioni degli adolescenti, che cambiano idea dall'oggi al domani e che oggi, grazie a internet, sono ancora più dinamici dei loro coetanei delle generazioni precedenti.
Certe scuole offrono corsi per esempio di ECDL, certificati di inglese, corsi di chitarra o giapponese, ma sto parlando di corsi pomeridiani a breve termine nelle poche scuole che hanno il privilegio di avere i fondi della comunità europea. Sarebbe bello invece se agli studenti venisse data la possibilità di personalizzare il proprio piano dell'offerta formativa (POF), potenziando certe materie piuttosto che altre in virtù di quello che loro scoprono di voler approfondire, col tempo e col proseguire degli studi. Un po' come l'università, dove lo studente può scegliere certi opzionali piuttosto che altri in base alle proprie preferenze e a ciò che vorrebbe fare una volta laureatosi.

Tuttavia, per quanto il percorso all'università possa apparentemente sembrare più creativo e personalizzabile grazie agli esami opzionali a scelta, l'inerzia e pre-impostazione del percorso di studi si ripresenta anche qui: dopo la prima laurea si possono scegliere solo specialistiche strettamente attinenti alla triennale.
In Inghilterra, invece, non solo è perfettamente normale se un ingegnere si iscrive alla specialistica di psicologia, ma una tale varietà nel percorso di studi, anziché una follia, viene considerata una ricchezza, un valore aggiunto, per lo studente e, per estensione, per la nazione.

Ricordo quando, al liceo, la mia professoressa di letteratura latina illustrò i pericoli del far parte della società compatta e razionale rappresentata dalle api nelle Georgiche di Virgilio,  dove ogni elemento provvede ad eseguire il compito attribuitogli.
Io rimasi sorpresa: in un mondo caratterizzato da generale insicurezza, che male c'è nel seguire sentieri che qualcuno ha già tracciato per noi? Sarebbe bello avere la sicurezza di un futuro certo, soprattutto in quel periodo della vita in cui hai appena finito gli studi ed entri a far parte del mondo del lavoro.

Solo ora che sono a Londra capisco più a fondo la pericolosità di tale sistema: a breve termine può sembrare rassicurante sapere di poter contare su schemi prestabiliti; a lungo termine, non facciamo altro che chiuderci nel nostro sistema limitato e pre-impostato, seguendo sentieri ormai obsoleti e rifiutando a prescindere ogni elemento esterno. Anziché valutare la diversità, ci crogioliamo nella sicurezza apparente generata dal fatto che stiamo seguendo il protocollo. 

A confermare il bisogno di varietà nella formazione degli studenti ci sono anche aziende come Apple, che recentemente ha pubblicato un annuncio di lavoro in cui cerca un ingegnere con competenze in counseling e psicologia. (vedi articolo) Nella progettazione di Siri algoritmi e codici non bastano: per migliorare l'assistente personale serve umanizzare al massimo l'interazione tra umano e computer.

Quanti italiani credete che potranno proporsi per tale posizione?

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